Mese: Febbraio 2015

Falsi professionisti, i suggerimenti dei tecnici per rendere più efficaci le sanzioni

Rete professioni tecniche chiede di specificare che il reato di esercizio abusivo vale anche per le professioni che richiedono l’iscrizione all’Albo.

È arrivato all’esame della Camera il disegno di legge sull’esercizio abusivo delle professioni. Si tratta, lo ricordiamo, della norma che appesantisce le sanzioni finora applicate ai falsi professionisti e che, a detta della Rete delle professioni tecniche (RPT), presenta qualche incongruenza da correggere.

 

I contenuti della norma

In base al testo, l’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a due anni e con una multa dai 10 mila ai 50 mila euro. È inoltre prevista la pubblicazione della sentenza di condanna e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati.

La norma appesantisce in modo considerevole le sanzioni finora applicate a chi esercita una professione senza averne titolo. Al momento, infatti, il riferimento è costituito dall’articolo 348 del Codice Penale in base al quale “chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da euro 103 a euro 516”.

Le osservazioni dei professionisti
Secondo il presidente di RPT, Armando Zambrano, intervenuto in un’audizione in Commissione Giustizia alla Camera, per aggiustare il tiro della norma sarebbero necessarie alcune integrazioni.

Bisognerebbe precisare che il reato di esercizio abusivo della professione si applica anche alle professioni il cui esercizio è consentito unicamente previa iscrizione all’Albo. Il testo cita invece solo la mancanza di “specifiche abilitazioni”. A detta di Zambrano, la precisazione è necessaria perché nelle professioni tecniche non basta l’abilitazione per essere autorizzati ad esercitare, ma è richiesta l’iscrizione all’Albo, che implica numerosi obblighi, che tutelano i committenti e la collettività.

RPT ritiene inoltre che la pena del sequestro delle attrezzature usate per esercitare in modo abusivo la professione dovrebbe durare almeno sei mesi.

 

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Partite Iva, guida ai regimi fiscali per i professionisti

Vecchi minimi, nuovi minimi e ordinario. Ecco cosa cambia nel 2015

Il decreto Milleproroghe ha prorogato per tutto il 2015 la possibilità di accedere al vecchio regime dei minimi con un’aliquota al 5% per redditi fino a 30 mila euro, mantenendo contemporaneamente la possibilità di scegliere il nuovo regime dei minimi introdotto dalla Legge di Stabilità 2015 che prevede un aliquota forfettaria al 15% per redditi fino a 15 mila euro.

Di conseguenza chi dovrà aprire una Partita Iva quest’anno potrà optare, se in possesso dei requisiti, per uno dei due regimi. Ecco di seguito una guida per scegliere la soluzione migliore in base alla propria situazione.

Vecchio regime dei minimi
Disciplinato dal DL 98/2011, e per il momento in vigore fino al 31 dicembre 2015, prevede un’aliquota del 5% sul fatturato per professionisti che guadagnano fino a 30 mila euro all’anno.

Requisiti: reddito annuo inferiore o uguale a 30 mila euro.
Cosa prevede: tassazione con aliquota del 5% sui guadagni.
Metodo di calcolo: il 5% si calcola sulla differenza fra fatturato e costi, comprese spese previdenziali, sostenuti nell’anno.
Limite temporale: per 5 anni dall’inizio dell’attività o fino al trentacinquesimo anno d’età.

Esempio: Un ingegnere con un reddito netto di 25 mila euro, applicando l’aliquota del 5% pagherà 1.250 euro di tasse.

Nuovo regime dei minimi
Introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, prevede un aliquota forfettaria al 15% del reddito per professionisti che guadagnano fino a 15 mila euro all’anno.

Requisiti: reddito annuo inferiore o uguale a 15 mila euro per i professionisti (la quota cambia a seconda della categoria).
Cosa prevede: imposta sostitutiva di Irpef ed Irap e addizionali regionali e comunali al 15% sul reddito. Se i ricavi superano le soglie fissate per il tipo di attività, il contribuente viene escluso dal regime agevolato e passa al regime ordinario.
Metodo di calcolo: l’imposta sarà il risultato dell’applicazione di un coefficiente di redditività (dal 40% all’86% a seconda del tipo di attività svolta, del 76% per i professionisti) sul fatturato con la possibilità di dedurre solo i contributi previdenziali versati nell’anno di imposta.
Limite temporale: Non c’è alcun limite temporale. E’prevista però un’agevolazione per i primi tre anni con una riduzione del reddito di un terzo come base su cui applicare l’aliquota del 15%.  Esempio: Un architetto che guadagni 12 mila euro, applicando il coefficiente del 78% avrà un imponibile di 9.360 euro; a questa cifra verrà applicato il 15% con il conseguente pagamento di 1404 euro di tasse.

Regime ordinario

Requisiti: Rientrano in questa categoria tutti coloro che superano i 30 mila euro e non rientrano nel regime dei minimi o che hanno usufruito del vecchio regime ma hanno superato i 5 anni di attività o i 35 anni d’età. Se non dovesse cambiare la normativa vigente ne faranno parte, dal 2016, coloro che hanno un reddito superiore ai 15 mila euro e non rientrano nel nuovo regime forfettario.
Cosa prevede: tassazione con aliquota Irpef al 23%, aliquote delle addizionali regionali e comunali (pari a circa il 2,06%) e l’aliquota Irap (per il 2013 pari a circa il 4,19%)
Metodo di calcolo: le tasse si calcolano in base al fatturato da cui vengono detratte tutte le spese e i contributi previdenziali

Esempio: Un professionista che guadagna 50 mila euro avrà le seguenti tasse da pagare:
Irpef: 11.500 euro;
Addizionali regionali e comunali: circa 1.030 euro;
Irap: circa 2.095 euro;
Per un totale di tasse di 14.625 euro di tasse.

Confronto tra i regimi  
In base alle simulazioni elaborate dalla Rete Professioni Tecniche (RPT), se si ipotizza un compenso annuo di 15 mila euro e costi deducibili per 3 mila euro (vale a dire una spesa media mensile di 300 euro), col regime forfetario modificato (in cui non si possono detrarre le spese) si pagherebbero circa 30 euro in più che con il sistema ordinario. Con il vecchio regime dei minimi le tasse sarebbero pari a 636,25 euro.

La situazione cambia notevolmente al crescere delle spese. Il secondo scenario ipotizzato da RPT considera un reddito pari a 15 mila euro e costi pari a 6 mila euro, cioè una media di 500 euro al mese. La possibilità di dedurre le spese genererebbe un’imposta di 661 euro nel caso di regime ordinario e di 1.488,83 euro nel caso del nuovo regime. Il differenziale in questo caso sarebbe di oltre 800 euro in più. In questo caso meglio optare per il regime ordinario.

In entrambi i casi il regime più vantaggioso risulta essere quello dei vecchi minimi.

Partite Iva nel 2015
Chi non ha esaurito i cinque anni nel regime dei minimi può continuare con il vecchio regime o scegliere il nuovo regime con una riduzione dell’aliquota sostitutiva di un terzo quindi al 10%. I professionisti che concludono i 5 anni di regime dei minimi nel 2014 e con un reddito inferiore ai 15 mila euro potranno optare nel 2015 per il nuovo regime forfettario, con aliquota al 15%, altrimenti passano al regime ordinario.

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Cadute dall’alto, il Ministero del Lavoro sui sistemi di protezione

Se sono mobili rientrano tra i Dpi, in caso contrario devono essere considerati prodotti da costruzione.

I dispositivi per la protezione durante i lavori in quota possono rientrare tra i Dpi o tra i materiali da costruzione.

Il chiarimento è arrivato con la circolare 3/2015 adottata dal Ministero del Lavoro in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico e quello delle Infrastrutture e trasporti.

In seguito alle numerose richieste di chiarimenti avanzate dagli operatori del settore delle costruzioni, il Ministero ha spiegato che ci sono due tipi di dispositivi di ancoraggio.

I primi seguono il lavoratore e non sono installati in modo permanente, ma sono amovibili e trasportabili. Si tratta dei cosiddetti Dispositivi di protezione individuale (DPI), che devono presentare una serie di caratteristiche, come essere portati in loco e messi in opera dal lavoratore, per poi essere rimossi dal lavoratore stesso. Questo tipo di dispositivi deve essere conforme al D.lgs. 475/1992 e avere la marcatura CE.

I secondi, al contrario, sono fissi e al termine dei lavori restano nella struttura anche se possono presentare alcune componenti rimovibili perché avvitate ad un supporto. In questo caso non è richiesta la marcatura CE. I dispositivi devono essere considerati prodotti da costruzione e rientrano nell’ambito di applicazione del Regolamento europeo 305/2011.

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Prestazioni energetiche edifici, a breve i nuovi metodi di calcolo

Esaminato dalle Regioni il decreto attuativo della Direttiva ‘Edifici a energia quasi zero’

Nella riunione tecnica del 28 gennaio scorso, le Regioni hanno esaminato il Decreto (Bozza di dicembre 2014) che definisce le nuove metodologie di calcolo e i nuovi requisiti minimi in materia di prestazioni energetiche degli edifici.

La maggior parte delle richieste formulate dalle Regioni è stata ritenuta accoglibile dal Ministero dello Sviluppo economico, che tuttavia si è riservato di verificarle attentamente.

Si tratta perlopiù di riformulazioni del testo per renderlo più chiaro ed esente da fraintendimenti, di aggiunte di riferimenti normativi e di richieste volte a definire più nel dettaglio impianti e sistemi tecnologici.

Solo nel caso della trasmittanza termica dei diversi elementi che compongono l’involucro edilizio, le Regioni chiedono di posticipare dal 1° luglio 2015 al 1° gennaio 2016 l’entrata in vigore di valori più restrittivi, per dare a progettisti e imprese il tempo necessario per adeguarsi, e di prevedere requisiti minimi almeno pari aa quelli richiesti per usufruire della detrazione fiscale del 65%.

Nello specifico, costituirà l’aggiornamento del Dpr 59/2009 che oggi definisce le metodologie di calcolo e i requisiti minimi per la prestazione energetica degli edifici e degli impianti termici, in attuazione dell’articolo 4, comma 1, del Dlgs 192/2005.

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