Autore: Nick

CIRCOLARE APPLICATIVA NTC 2018: ECCO IL TESTO COMPLETO

Con l’entrata in vigore delle nuove Norme Tecniche per le costruzioni 2018, restava ancora sospesa l’approvazione della circolare applicativa dello stesso decreto lasciando ancora temporaneamente in vigore quella della precedente norma.

In data 27/07/2018 l’assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici ha approvato il testo della Circolare attuativa del D.M. 17/01/2018 (NTC 2018).

(Disponibile in allegato il testo completo)

Il testo è da considerarsi ancora provvisorio e suscettibile di modifiche.

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è presumibilmente prevista per gennaio 2019.

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Come riciclare le pale delle turbine eoliche dopo che saranno smantellate?

Dopo venti anni di servizio le pale delle turbine impiegate per trasformare l’energia del vento in energia elettrica vengono smantellate. Come recuperarne i materiali in modo efficiente e sostenibile?

Il mercato dell’energia eolica ha fatto registrare una crescita esponenziale negli ultimi decenni, con l’installazione di migliaia di turbine eoliche, ogni anno, in tutto il mondo. Secondo gli analisti, questa tendenza continuerà per molti anni perché l’eolico resterà in prima linea tra le fonti rinnovabili da cui è possibile ottenere energia in modo sicuro e sostenibile.

C’è un però. La vita utile media delle turbine eoliche è di circa 20 anni, dopodiché iniziano a conoscere un decadimento delle loro caratteristiche meccaniche e strutturali: dopo una serie di interventi mirati a prolungarne la durata, finiscono per essere smantellate.

CHE FARE DELLE PALE? A questo punto si pone il problema: cosa fare dei componenti? Il quesito riguarda soprattutto quelli le parti più difficili da riutilizzare, ovvero le pale delle turbine. Si tratta di oggetti contenenti principalmente materiali compositi (fibre di carbonio o di vetro e una matrice epossidica.) più altri “minori” (per esempio colla e gelcoat), il che rende questo compito particolarmente impegnativo.

Alla possibile soluzione di questo problema, Enel ha dedicato una delle sue Challenge, ovvero sfide importanti per il futuro, ispirate in parte dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 dell’ONU, che sono state lanciate su openinnovability.com: si tratta della piattaforma di Enel dedicata all’innovazione e alla sostenibilità con l’obiettivo di fare da punto di riferimento per possibili partner esterni (startup, ricercatori universitari, innovatori indipendenti e imprese), ma anche per personale interno, che intendano proporre progetti innovativi.

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Ponti, possibile vedere le lesioni sul nascere

Con immagini 3D delle crepe, prima che si propaghino

Riuscire a vedere le primissime crepe prima che si propaghino, provocando danni capaci di far cedere ogni tipo di struttura, gigantesca come i ponti o piccola come gli impianti dentali: è quanto permette di fare la tecnica sviluppata negli Stati Uniti, nell’università del Texas, che per la prima volta permette di osservare sul nascere, in 3D, lesioni microscopiche e impercettibili che gradualmente possono estendersi.

Pubblicato sulla rivista Nature Communications, il risultato potrà aiutare a progettare strutture più sicure e a mettere a punto materiali più resistenti. La prima, microscopica, crepa, è stata osservata dal gruppo di ricerca guidato da Michael Demkowicz utilizzando il più potente dei microscopi, ossia la strutture per la luce di sincrotrone presso il Laboratorio Nazionale delle Argonne. L’immagine tridimensionale di questa minuscola fessura ha permesso di osservarne la propagazione e di individuare, lungo il percorso, tutti i punti deboli.

L’esperimento è stato condotto su un metallo perché è il materiale che più facilmente può essere danneggiato dall’idrogeno, soprattutto da quello presente nell’acqua. Quando l’idrogeno veicolato dall’acqua penetra in un metallo, infatti, lo rende fragile fino a provocare fratture improvvise a causa del processo chiamato ‘infragilimento da idrogeno’. E’ un fenomeno noto da 150 anni, ma ancora difficile da prevedere perché il suo meccanismo non è ancora chiaro. “Di conseguenza gli ingegneri devono progettare usando altri materiali per coprire qualsiasi frattura improvvisa, facendo salire i costi”, aggiunge Peter Kenesei, coautore dello studio.

Finora l’unico modo per analizzare le crepe nel metallo è stato controllare i frammenti a danno avvenuto, ma la nuova tecnica potrebbe costituire una premessa per una prevenzione più efficace ed economica in quanto permette di visualizzare il danno sul nascere. “E’ molto meglio che arrivare sulla scena del crimine dopo che il delitto c’è già stato”, commenta Demkowicz.

Analizzando le minuscole crepe in una superlega di nichel, i ricercatori così identificato ben 10 microstrutture capaci di rendere i metalli più forti e meno inclini a subire il danno da idrogeno. Tuttavia, perché questa tecnica possa diventare una realtà bisognerà aspettare ancora molto tempo perché le microlesioni sono davvero molto complesse, addirittura più complicate della struttura a doppia elica del Dna.

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Sony lancia il sensore più potente al mondo

Da 48 megapixel, su fotocamere dispositivi in uscita nel 2019

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Il mercato degli smartphone continua ad alzare l’asticella delle prestazioni della fotocamera, ormai diventata una delle caratteristiche principali dei telefoni e quella su cui i colossi del settore – da Apple a Samsung e Huawei – si danno battaglia per cercare di attrarre utenti.

L’ultima novità arriva da Sony, che ha annunciato di aver messo a punto il sensore più potente al mondo: da 48 megapixel. L’azienda nipponica ha presentato l’IMX586, che nello spazio di un sensore tradizionale (8 millimetri di diagonale) consente una risoluzione “effettiva” massima di 48 mp (8000 x 6000).

§Il sensore è pensato per dispositivi di fascia alta, spiega Sony, che lo renderà disponibile da settembre per i costruttori di smartphone, a un prezzo di 3 mila yen (circa 23 euro).

Presumibilmente, quindi, l’IMX586 equipaggerà telefoni che arriveranno sugli scaffali nel 2019.

 

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Dal Giappone i primi muscoli cyborg

Una nuova tecnologia permette di equipaggiare i robot con muscoli naturali, molto più resistenti ed efficienti del miglior muscolo sintetico mai realizzato.

a prossima generazione di robot potrebbe essere dotata di muscoli veri, o quasi veri, grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università di Tokyo.

Shoji Takeuchi e i suoi colleghi sono infatti riusciti a realizzare un tessuto muscolare artificiale perfettamente funzionante a partire da cellule da cui derivano quelle di muscoli reali. Questi muscoli sono stati installati, a coppie antagoniste, sullo scheletro di un robot bio-ibrido, cioè formato da componenti elettroniche e biologiche, in modo da imitare la meccanica di una vera articolazione.

I risultati sono stati straordinari perché il muscolo nipponico ha lavorato ininterrottamente per oltre una settimana prima di dare segni di cedimento.

COSÌ VERO CHE SEMBRA FINTO. Gli scienziati giapponesi hanno realizzato un’articolazione simile a un dito, formata da due ossa artificiali innestate una sull’altra in modo da poter compiere una rotazione.

Hanno poi costruito la muscolatura utilizzando fogli di idrogel contenente mioblasti, cellule muscolari embrionali da cui deriva il tessuto muscolare. Speciali guide disposte longitudinalmente alle strisce di idrogel hanno favorito lo sviluppo della fibra muscolarenella direzione desiderata.

I ricercatori hanno quindi applicato queste strutture allo scheletro e le hanno fatte crescere. Una volta che si sono completamente sviluppate, le hanno messe al lavoro a coppie, replicando il funzionamento di un apparato naturale dove un muscolo si contrae e l’altro si distende.

FORTISSIMO. A differenza dei muscoli sintetici realizzati fino a oggi quelli in fibra naturale realizzati dal team di Takeuchi sono molto più resistenti e non perdono di elasticità nemmeno dopo un utilizzo intensivo.

Obiettivo dei ricercatori è ora quello di accoppiare tra loro diversi gruppi muscolari così da permettere ai robot di compiere i movimenti complessi, precisi e coordinati, tipici dell’uomo.

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Pubblicate le NTC-2018 … le Novità !!!

Pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale il 20/02/2018 le NUOVE “Norme Tecniche per le Costruzioni 2018”.

Ci sarà un periodo transitorio di circa un mese prima dell’entrata in vigore ufficiale prevista per il 22/03/2018.

Posso anticipare, in estrema sintesi, i seguenti argomenti, che riguardano aspetti di rilevanza generale o puntuale.

— L’approccio metodologico non è cambiato: pertanto il professionista non dovrà confrontarsi con un cambiamento radicale nell’impostazione della norma, come è avvenuto con le NTC 2008

— E’ stata data maggior rilievo alle verifiche di duttilità

— Sono state specificate le modalità di verifica in campo sostanzialmente elastico, che coinvolgono, in particolare, le opere di fondazione e le strutture non dissipative

— E’ stato incrementato il fattore di struttura per le opere non dissipative

— Sono stati rivisti i minimi di norma e i dettagli costruttivi, in particolare per i pilastri, le pareti in cemento armato e per i nodi trave-pilastro (che ora coinvolgono anche le strutture in classe di duttilità bassa e le strutture non dissipative)

— E’ stato aumentato il coefficiente di sovraresistenza a pressoflessione nell’applicazione della gerarchia delle resistenze trave-pilastro (c.a.) per classe di duttilità bassa.

— Viene dato maggior rilievo e fornite indicazioni di calcolo più precise per gli elementi secondari e per quelli non strutturali

— Sono stati introdotti criteri di verifica più severi per le strutture prefabbricate

— Nel capitolo 8, che riguarda gli edifici esistenti, viene modificato l’indirizzo generale: si tende ora a privilegiare, realisticamente, gli interventi di miglioramento rispetto a quelli di adeguamento, che si riferiscono a cambiamenti significativi nell’impianto strutturale

— Per le strutture in legno si possono adottare coefficienti di sicurezza meno gravosi per materiali prodotti con linee di produzione di qualità

— Sono stati introdotti criteri più severi per le prove di accettazione dei materiali in cantiere (ad esempio per le opere in muratura)

— Sono scomparsi i riferimenti alle zone sismiche sostituiti da indicazioni sui valori di accelerazione di sito

— Per zone a bassa sismicità è ancora previsto un calcolo semplificato.

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La ricetta della felicità secondo Einstein

La scrisse su due bigliettini lasciati al posto della mancia a un corriere in Giappone. Non è particolarmente originale, ma è stata appena battuta all’asta per una cifra da record.

Una delle menti più geniali del Ventesimo secolo ha fatto parlare di sé, questa settimana, non per le sue scoperte scientifiche ma per le parole che scrisse su quello che un po’ tutti cerchiamo: la felicità.

Due note autografe di Albert Einstein su questo tema, consegnate a un corriere di Tokyo al posto di una mancia, sono appena state battute all’asta a Gerusalemme per una cifra totale di oltre 1,5 milioni di euro.

IN VIAGGIO. Nel novembre 1922, Albert Einstein si trovava in tour in Giappone per una serie di lezioni e conferenze, quando fu raggiunto dalla notizia più attesa: a 43 anni aveva vinto il Nobel per la Fisica. La notizia si diffuse velocemente, e migliaia di persone iniziarono a radunarsi per poterlo vedere. Imbarazzato da una tale pubblicità, lo scienziato si rinchiuse nella sua stanza dell’Imperial Hotel di Tokyo per raccogliere idee e pensieri.

VARRANNO ORO. Fu allora che un corriere bussò alla porta per consegnargli un messaggio. Quando fu il momento di lasciargli una mancia, questi si rifiutò forse di accettarla (secondo l’usanza locale), o Einstein non aveva spiccioli. Fatto sta che lo scienziato scrisse sulla carta intestata dell’hotel un paio di “pillole di saggezza” dicendo all’ospite che, con un po’ di fortuna, un giorno avrebbero avuto più valore di qualche moneta.


Il segreto della felicità, nelle parole autografe di Einstein.

CHE COSA DICONO? La prima recita, in tedesco: «Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza». Il biglietto da solo, è stato venduto a un compratore ignoto per 1,3 milioni di euro.

Sul secondo foglio veduto per quasi 203 mila euro c’è scritto: «Quando c’è una volontà, esiste una via».

ALBERT, L’UOMO. Entrambe le note, del prezzo iniziale stimato di poche migliaia di dollari, hanno visto il proprio valore lievitare in 20 minuti di oltre il 31.000%. L’identità del venditore non è nota, ma sarebbe un parente del corriere residente ad Amburgo, Germania. Secondo Roni Grosz, responsabile degli archivi dei documenti di Einstein presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, che ha supervisionato l’asta, il vero valore dei biglietti sta nel ritratto umano che tracciano dello scienziato, al di là delle sue idee scientifiche.

STIMA RECIPROCA. Per la cronaca, il tour giapponese di Einstein fu un vero successo, e la gentilezza del popolo colpì profondamente il fisico, che scrisse: «Di tutte le persone che ho incontrato, i giapponesi sono quelli che mi piacciono di più, perché sono umili, intelligenti, premurosi, e hanno senso dell’arte».

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Copenhagen Wheel: la ruota che trasforma la bici in e-bike

Progettata nei laboratori del MIT e prodotta da una start-up americana, Copenhagen Wheel è una speciale ruota che permette di trasformare ogni bicicletta in una bici elettrica ibrida.

Rivoluzionare gli spostamenti urbani trasformando ogni bicicletta in bici elettrica (o e-bike, se amate l’inglese): è la missione Superpedestrian, azienda americana che commercializza Copenhagen Wheel, una speciale ruota motorizzata che con un semplice gesto può essere installata su qualsiasi bicicletta convenzionale.

E-BIKE PER TUTTI. Copenhagen Wheel è dotata di un motore elettrico racchiuso, insieme alla batteria, all’interno di un disco montato al centro della ruota. Per sostituirla alla ruota posteriore di qualunque bici basta svitare un paio di bulloni.

E poi non resta che pedalare: il motore elettrico assisterà chi è in sella sviluppando una potenza di 100 Watt che permetteranno di sfrecciare nel traffico senza sudare e di superare in scioltezza le salite più impegnative.

UNA APP PER TUTTO. Copenhagen Wheel non ha bisogno di interruttori né manopole: si controlla dallo smartphone tramite la app dedicata che consente di configurare il livello di “aiuto” che si chiede al motore, la modalità di frenata e il blocco/sblocco della bici quando la si parcheggia per strada.

Il sistema di antifurto funziona anche nel caso la ruota venga rubata dalla bicicletta: un sistema di accoppiamento con lo smartphone impedisce alla ruota di funzionare se non viene sbloccata dal proprietario.

Non solo: a differenza di molte bici elettriche, la batteria di Copenhagen Wheel si ricarica anche quando si frena o si pedala al contrario.

Ecco una tecnologia per trasformare una qualunque bicicletta in un’e-bike. Sviluppata con il supporto del MIT, Copenhagen Wheel si monta al posto della ruota posteriore, ma al suo interno ha motore elettrico da 350 watt, con una batteria al litio da 48 volt, che ricarichi in 4 ore.
Vantaggi: Ha una serie di sensori che memorizzano il tuo stile di guida, facendo in modo che l’energia venga erogata in modo intelligente (ad esempio togliendo potenza quando sei in discesa).
Svantaggi: Per qualcuno il faidate potrebbe essere un limite.
Prezzo: Intorno ai 1.200 € | SUPERPEDESTRIAN

I NUMERI. Copenhagen Wheel pesa poco meno di 6 Kg, ha un’autonomia massima di circa 50 km e si ricarica in 4 ore. Può raggiungere la velocità massima di 32 km/h, limitata però a 25 km/h per la versione europea. È compatibile con ogni tipo di bicicletta con ruote da 26” o 28”, sia a scatto fisso che libero, con o senza cambio (l’importante è che non abbia i freni a disco).

Unico neo, il prezzo: Copenhagen Wheel costa infatti circa 1.200 euro e si può acquistare online ed è disponibile anche in Europa (Italia compresa).

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Nuove norme sui prelievi di denaro: arrivate le prime sanzioni

È una notizia di qualche mese fa, ma la norma sui prelievi di denaro, entrata in vigore lo scorso novembre, sta iniziando a mietere vittime in giro per l’Italia.

La legge stabilisce un tetto massimo giornaliero di prelievo bancomat di € 1000, mentre il limite mensile è di € 5000.

 
Se i limiti vengono superati, la banca invia una segnalazione al Fisco ed i controlli della Guardia di Finanza scattano immediati.

I prelievi di denaro dovranno essere giustificati con scontrini o fatture, pena salatissime multe e minuziosi controlli dell’attività commerciale dell’indagato.

L’emendamento approvato nel decreto fiscale, mira a neutralizzare il cosiddetto “nero”, i proventi non soggetti a tassazione, e sostituisce la precedente normativa che stabiliva un divieto dell’uso del contante al di sopra dei € 3000.

L’Agenzia delle Entrate si riserva così il diritto di indagare sulle somme sospette, che potrebbero essere appunto frutto di attività illegali o non dichiarate.

Se la presunzione di illecito, che scatta al superamento della soglia giornaliera oppure mensile, non viene motivata con prove concrete (scontrini o fatture), ecco che parte la sanzione.

In che cosa consiste la sanzione?

Verrà applicata una tassa sui redditi sulla parte eccedente il limite, praticamente la somma prelevata viene trattata come compenso, reddito, quindi soggetta a tassazione.

Dovremmo stare attenti perché se prelevassimo € 1800 un giorno, per comprare, ad esempio, un televisore, saremo obbligati a tenere lo scontrino, per non incappare in controlli e sanzioni.

Inizialmente si è mostrata indifferenza di fronte a questo decreto, una sorta di superficialità, come se comunque non potesse toccarci da vicino, proprio negli ultimi giorni però, ci sono stati diversi casi di controlli e susseguenti sanzioni.

Per cui dobbiamo fare molta attenzione e rendere tracciabili le nostre spese più importanti, per non incappare in spiacevoli sorprese.

Presto capiremo la reale portata di questo provvedimento e se la sua applicazione potrà portare a risultati soddisfacenti nella lotta al “nero”.

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Generatori triboelettrici: tecnologie promettenti alla ricerca di un’identità

C’è una fonte di energia che ci costa “niente”, perché la usiamo sempre e non possiamo farne a meno: è ciò che facciamo, i nostri movimenti. Possiamo ricavarne energia elettrica? Facciamo il punto sulle roadside energy harvesting, le tecnologie che trasformano i gesti in corrente.

Potete fare una passeggiata nel parco e alla fine di ritrovarvi carica la batteria dello smartphone. Non avete voglia di camminare? Poco importa. Potete ricaricare il cellulare comodamente seduti, tamburellando per un po’ con le dita sul display. I gesti e i movimenti quotidiani, come parlare, grattarsi o andare avanti e indietro per casa, potranno un giorno produrre elettricità. Di recente, ad esempio, un team di ricercatori coreani ha sviluppato un generatore a base di carta vetrata, che produce corrente per attrito: ed è solo l’ultimo di una serie di prototipi che sfruttano l’effetto triboelettrico.

ENERGIA E MOTO. In fisica l’effetto triboelettrico è un fenomeno che consiste nel trasferimento di cariche elettriche tra due corpi di materiale diverso (di cui almeno uno isolante) quando vengono strofinati fra loro, o anche messi a contatto e allontanati. Si genera dunque una tensione a partire dal movimento.

L’intensità della carica dipende da tanti fattori, dal tipo di materiali all’ampiezza della superficie di contatto, all’intensità dello sfregamento e altro ancora. Triboelettricità è il nome di un fenomeno noto a tutti (e fin dall’antichità): un classico esempio è la capacità di una bacchetta di vetro o di plastica di attirare pezzetti di carta dopo essere stata strofinata con un panno, un altro è l’effetto che fa l’abbigliamento in acrilico sui nostri capelli.


Nonostante l’apparente semplicità del fenomeno, realizzare un generatore triboelettrico, ossia una macchina che a partire da quel fenomeno ci metta a disposizione energia elettrica, è tutt’altro che banale.

BATTERIE VIVENTI. Si basa sull’effetto triboelettrico il cerotto di oro e silicone, grande come un francobollo, sviluppato all’università di Singapore. È uno fra i prototipi di gadget indossabili capaci di generare elettricità da un essere umano. Va applicato sulla pelle e basta tamburellarlo con le dita della mano per produrre una tensione capace di illuminare dodici piccoli led.

Il dispositivo è messo a contatto con la pelle perché questa è un materiale triboelettrico che tende a cedere elettroni, ossia a caricarsi positivamente. Nel cerotto i ricercatori hanno inserito lo strato che si carica negativamente per contatto, quando viene tamburellato, usando silicone flessibile.

La superficie del silicone è stata trattata per trasformarla in una foresta di minuscole colonne (lo “schema” è analogo a quello di un asciugamano in spugna di cotone) per aumentare la superficie a contatto con la pelle durante la frizione e quindi la corrente prodotta, che viene poi raccolta da un elettrodo in pellicola d’oro.

Un dispositivo di questo tipo, in cui un pezzo della batteria è l’utente, potrà essere usato anche come sensore, per tracciare i movimenti di chi lo indossa.

SMARTPHONE E PIASTRELLE. Le applicazioni della triboelettricità non si limitano ai dispositivi indossabili. Già qualche anno fa è stata sviluppata la tecnologia necessaria per produrre un touchscreen triboelettrico, capace di ricaricare la batteria dello smartphone ogni volta che picchiettiamo le dita sul display per chattare.

E’ancora più ambizioso, anche in termini di costi, l’obiettivo di produrre energia semplicemente camminando su superfici appositamente progettate, per esempio il pavimento di casa. Un team di ricercatori dell’università del Wisconsin-Madison sembra aver imbroccato una strada promettente, presentando un generatore triboelettrico basato sulla pasta di legno, di per sé abbastanza economica.
Il segreto sta nelle nano-fibre che compongono la cellulosa della pasta di legno: una volta trattate nella maniera opportuna, le nano-fibre producono una carica elettrica entrando in contatto con le fibre normali. Il contatto sarebbe indotto, ovviamente, dalla pressione dovuta a qualcuno che cammina.

SUL CIGLIO DELLA STRADA. L’insieme delle tecnologie come quella del pavimento triboelettrico, volte ad accumulare energia a partire dalle attività umane, oggi è definito roadside energy harvesting – letteralmente, sul ciglio della strada, a indicare un ambito ampio e poco definito.

Sono tecnologie embrionali, e uno degli aspetti delle ricerche è quello della riduzione dei costi. Forse però un giorno ci porteranno a poter recuperare una fetta considerevole dell’energia che spendiamo per muoverci, e a quel punto la includeremo tra le fonti di energia alternative, come il vento e il sole. Col vantaggio che ciò che spendiamo in energia quotidiana è indipendente dalle condizioni climatiche.

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