Tag: Nuove Tecnologie

Sony lancia il sensore più potente al mondo

Da 48 megapixel, su fotocamere dispositivi in uscita nel 2019

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Il mercato degli smartphone continua ad alzare l’asticella delle prestazioni della fotocamera, ormai diventata una delle caratteristiche principali dei telefoni e quella su cui i colossi del settore – da Apple a Samsung e Huawei – si danno battaglia per cercare di attrarre utenti.

L’ultima novità arriva da Sony, che ha annunciato di aver messo a punto il sensore più potente al mondo: da 48 megapixel. L’azienda nipponica ha presentato l’IMX586, che nello spazio di un sensore tradizionale (8 millimetri di diagonale) consente una risoluzione “effettiva” massima di 48 mp (8000 x 6000).

§Il sensore è pensato per dispositivi di fascia alta, spiega Sony, che lo renderà disponibile da settembre per i costruttori di smartphone, a un prezzo di 3 mila yen (circa 23 euro).

Presumibilmente, quindi, l’IMX586 equipaggerà telefoni che arriveranno sugli scaffali nel 2019.

 

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Copenhagen Wheel: la ruota che trasforma la bici in e-bike

Progettata nei laboratori del MIT e prodotta da una start-up americana, Copenhagen Wheel è una speciale ruota che permette di trasformare ogni bicicletta in una bici elettrica ibrida.

Rivoluzionare gli spostamenti urbani trasformando ogni bicicletta in bici elettrica (o e-bike, se amate l’inglese): è la missione Superpedestrian, azienda americana che commercializza Copenhagen Wheel, una speciale ruota motorizzata che con un semplice gesto può essere installata su qualsiasi bicicletta convenzionale.

E-BIKE PER TUTTI. Copenhagen Wheel è dotata di un motore elettrico racchiuso, insieme alla batteria, all’interno di un disco montato al centro della ruota. Per sostituirla alla ruota posteriore di qualunque bici basta svitare un paio di bulloni.

E poi non resta che pedalare: il motore elettrico assisterà chi è in sella sviluppando una potenza di 100 Watt che permetteranno di sfrecciare nel traffico senza sudare e di superare in scioltezza le salite più impegnative.

UNA APP PER TUTTO. Copenhagen Wheel non ha bisogno di interruttori né manopole: si controlla dallo smartphone tramite la app dedicata che consente di configurare il livello di “aiuto” che si chiede al motore, la modalità di frenata e il blocco/sblocco della bici quando la si parcheggia per strada.

Il sistema di antifurto funziona anche nel caso la ruota venga rubata dalla bicicletta: un sistema di accoppiamento con lo smartphone impedisce alla ruota di funzionare se non viene sbloccata dal proprietario.

Non solo: a differenza di molte bici elettriche, la batteria di Copenhagen Wheel si ricarica anche quando si frena o si pedala al contrario.

Ecco una tecnologia per trasformare una qualunque bicicletta in un’e-bike. Sviluppata con il supporto del MIT, Copenhagen Wheel si monta al posto della ruota posteriore, ma al suo interno ha motore elettrico da 350 watt, con una batteria al litio da 48 volt, che ricarichi in 4 ore.
Vantaggi: Ha una serie di sensori che memorizzano il tuo stile di guida, facendo in modo che l’energia venga erogata in modo intelligente (ad esempio togliendo potenza quando sei in discesa).
Svantaggi: Per qualcuno il faidate potrebbe essere un limite.
Prezzo: Intorno ai 1.200 € | SUPERPEDESTRIAN

I NUMERI. Copenhagen Wheel pesa poco meno di 6 Kg, ha un’autonomia massima di circa 50 km e si ricarica in 4 ore. Può raggiungere la velocità massima di 32 km/h, limitata però a 25 km/h per la versione europea. È compatibile con ogni tipo di bicicletta con ruote da 26” o 28”, sia a scatto fisso che libero, con o senza cambio (l’importante è che non abbia i freni a disco).

Unico neo, il prezzo: Copenhagen Wheel costa infatti circa 1.200 euro e si può acquistare online ed è disponibile anche in Europa (Italia compresa).

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Generatori triboelettrici: tecnologie promettenti alla ricerca di un’identità

C’è una fonte di energia che ci costa “niente”, perché la usiamo sempre e non possiamo farne a meno: è ciò che facciamo, i nostri movimenti. Possiamo ricavarne energia elettrica? Facciamo il punto sulle roadside energy harvesting, le tecnologie che trasformano i gesti in corrente.

Potete fare una passeggiata nel parco e alla fine di ritrovarvi carica la batteria dello smartphone. Non avete voglia di camminare? Poco importa. Potete ricaricare il cellulare comodamente seduti, tamburellando per un po’ con le dita sul display. I gesti e i movimenti quotidiani, come parlare, grattarsi o andare avanti e indietro per casa, potranno un giorno produrre elettricità. Di recente, ad esempio, un team di ricercatori coreani ha sviluppato un generatore a base di carta vetrata, che produce corrente per attrito: ed è solo l’ultimo di una serie di prototipi che sfruttano l’effetto triboelettrico.

ENERGIA E MOTO. In fisica l’effetto triboelettrico è un fenomeno che consiste nel trasferimento di cariche elettriche tra due corpi di materiale diverso (di cui almeno uno isolante) quando vengono strofinati fra loro, o anche messi a contatto e allontanati. Si genera dunque una tensione a partire dal movimento.

L’intensità della carica dipende da tanti fattori, dal tipo di materiali all’ampiezza della superficie di contatto, all’intensità dello sfregamento e altro ancora. Triboelettricità è il nome di un fenomeno noto a tutti (e fin dall’antichità): un classico esempio è la capacità di una bacchetta di vetro o di plastica di attirare pezzetti di carta dopo essere stata strofinata con un panno, un altro è l’effetto che fa l’abbigliamento in acrilico sui nostri capelli.


Nonostante l’apparente semplicità del fenomeno, realizzare un generatore triboelettrico, ossia una macchina che a partire da quel fenomeno ci metta a disposizione energia elettrica, è tutt’altro che banale.

BATTERIE VIVENTI. Si basa sull’effetto triboelettrico il cerotto di oro e silicone, grande come un francobollo, sviluppato all’università di Singapore. È uno fra i prototipi di gadget indossabili capaci di generare elettricità da un essere umano. Va applicato sulla pelle e basta tamburellarlo con le dita della mano per produrre una tensione capace di illuminare dodici piccoli led.

Il dispositivo è messo a contatto con la pelle perché questa è un materiale triboelettrico che tende a cedere elettroni, ossia a caricarsi positivamente. Nel cerotto i ricercatori hanno inserito lo strato che si carica negativamente per contatto, quando viene tamburellato, usando silicone flessibile.

La superficie del silicone è stata trattata per trasformarla in una foresta di minuscole colonne (lo “schema” è analogo a quello di un asciugamano in spugna di cotone) per aumentare la superficie a contatto con la pelle durante la frizione e quindi la corrente prodotta, che viene poi raccolta da un elettrodo in pellicola d’oro.

Un dispositivo di questo tipo, in cui un pezzo della batteria è l’utente, potrà essere usato anche come sensore, per tracciare i movimenti di chi lo indossa.

SMARTPHONE E PIASTRELLE. Le applicazioni della triboelettricità non si limitano ai dispositivi indossabili. Già qualche anno fa è stata sviluppata la tecnologia necessaria per produrre un touchscreen triboelettrico, capace di ricaricare la batteria dello smartphone ogni volta che picchiettiamo le dita sul display per chattare.

E’ancora più ambizioso, anche in termini di costi, l’obiettivo di produrre energia semplicemente camminando su superfici appositamente progettate, per esempio il pavimento di casa. Un team di ricercatori dell’università del Wisconsin-Madison sembra aver imbroccato una strada promettente, presentando un generatore triboelettrico basato sulla pasta di legno, di per sé abbastanza economica.
Il segreto sta nelle nano-fibre che compongono la cellulosa della pasta di legno: una volta trattate nella maniera opportuna, le nano-fibre producono una carica elettrica entrando in contatto con le fibre normali. Il contatto sarebbe indotto, ovviamente, dalla pressione dovuta a qualcuno che cammina.

SUL CIGLIO DELLA STRADA. L’insieme delle tecnologie come quella del pavimento triboelettrico, volte ad accumulare energia a partire dalle attività umane, oggi è definito roadside energy harvesting – letteralmente, sul ciglio della strada, a indicare un ambito ampio e poco definito.

Sono tecnologie embrionali, e uno degli aspetti delle ricerche è quello della riduzione dei costi. Forse però un giorno ci porteranno a poter recuperare una fetta considerevole dell’energia che spendiamo per muoverci, e a quel punto la includeremo tra le fonti di energia alternative, come il vento e il sole. Col vantaggio che ciò che spendiamo in energia quotidiana è indipendente dalle condizioni climatiche.

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Il cellulare che non si scarica (quasi) mai

Una batteria per smartphone che si ricarichi in pochi secondi e duri fino a una settimana: è lo scenario aperto da una nuova classe di supercondensatori.

Un gruppo di scienziati della University of Central Florida ha sviluppato un nuovo metodo per creare supercondensatori ultraflessibili, capaci di reggere oltre 30.000 ricariche senza degradarsi.

I supercondensatori sono componenti capaci di accumulare una grande quantità di carica elettrica e sostenere un numero di cicli di carica/scarica molto elevato rispetto ai condensatori tradizionali. Se si potesse applicare il nuovo metodo per produrre batterie per cellulari, avremmo smartphone più leggeri, in grado di ricaricarsi molto rapidamente e con un’autonomia fin qui impensabile, forse anche di diversi giorni a pieno utilizzo: il procedimento è però per adesso soltanto dimostrativo delle sue potenzialità.

LO SCOGLIO DA SUPERARE. Nei normali dispositivi mobili, dopo 18-20 mesi di utilizzo, in genere, la batteria inizia a mostrare una progressiva tendenza a scaricarsi sempre più rapidamente: questo avviene perché si degrada. Da tempo gli esperti di nanotecnologie studiano supercondensatori capaci di immagazzinare più carica e di durare più a lungo delle comuni batterie al litio. La tecnologia già lo permette, ma a scapito delle dimensioni: i dispositivi dovrebbero essere molto più grandi delle nostre tasche.

IL NUOVO DESIGN. Gli scienziati dell’università della Florida hanno utilizzato una nuova classe di materiali “bidimensionali”, costituita cioè da pochi atomi di spessore, per avvolgere un nucleo altamente conduttivo di milioni di fili elettrici di dimensioni nanometriche.

Il nucleo dei dispositivi così ottenuti facilita il rapido trasferimento di elettroni (per caricare e scaricare la batteria). Il rivestimento uniforme garantisce una grande tenuta in termini di energia e potenza. E la “flessibilità” della struttura fa pensare a possibili applicazioni anche nel campo delle tecnologie indossabili.

UN BALZO IN AVANTI. Finora si conoscevano le potenzialità di questi materiali, ma mancava una configurazione adatta a sfruttarle. Per fare un confronto con ciò che si potrebbe fare in futuro, le batterie al litio si possono caricare 1.500 volte prima che inizino a degradarsi, mentre i supercondensatori “tradizionali” consentono qualche migliaio di ricariche.

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La nano-fotonica farà tornare le lampadine a incandescenza?

Le vecchie lampadine a incandescenza potrebbero avere una seconda chance grazie ad una nuova ricerca che ne aumenta l’efficienza fino al 60%

Le avevamo eliminate definitivamente, almeno in Europa, a favore di prodotti più efficienti quali le fluorescenti compatte (CFL) e i più recenti LED. Ora i vecchi bulbi, potrebbero tornare in auge. A ridar vita alle lampadine a incandescenza sono i risultati di una ricerca congiunta del MIT e della Purdue University, che -almeno sulla carta – avrebbero aver trovato un modo per migliorare l’efficienza delle tradizionali lampadine. Il problema dei bulbi a incandescenza è che creano luce utilizzando l’elettricità per riscaldare un sottile filamento di tungsteno ad una temperature di circa 2.700 K per far sì che brilli producendo luce bianca calda. In questo processo più del 95 percento dell’energia utilizzata è sprecata sotto forma di calore.

Per risolvere il problema i ricercatori hanno creato un procedimento in due fasi. La prima prevede un filamento metallico convenzionale riscaldato, con tutte le sue perdite. Ma invece di consentire al calore di scarto di essere dissipato sotto forma di radiazione infrarossa, alcune strutture secondarie che circondano il filamento catturano questa radiazione e la riflettono sul tungsteno affinché sia riassorbita e ri-emessa come luce visibile. Tali strutture sono nano-cristalli fotonici, realizzati con la tecnologia a deposizione a partire da elementi comuni. Questo secondo passo fa la differenza.

L’efficienza delle lampade a incandescenza tradizionali è compresa tra 2 e 3 per cento, mentre quella di lampade fluorescenti è attualmente tra il 7 e il 13 per cento, e quella dei LED tra 5 e 13 per cento. Secondo gli scienziati le nuove lampade a incandescenza potrebbero raggiungere un rendimento massimo del 40 per cento. Le prime unità proof-of-concept realizzate però non hanno ancora raggiunto quel livello, assestandosi intorno al 6,6 per cento di efficienza. Ma anche questo risultato preliminare costituisce già un importante passo avanti. Il gruppo definisce il proprio approccio come “riciclaggio luce”, poiché il loro materiale cattura le lunghezze d’onda inutili (quali gli IR) e le converte in lunghezze d’onda di luce visibile.

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