Tag: Ambiente

Come riciclare le pale delle turbine eoliche dopo che saranno smantellate?

Dopo venti anni di servizio le pale delle turbine impiegate per trasformare l’energia del vento in energia elettrica vengono smantellate. Come recuperarne i materiali in modo efficiente e sostenibile?

Il mercato dell’energia eolica ha fatto registrare una crescita esponenziale negli ultimi decenni, con l’installazione di migliaia di turbine eoliche, ogni anno, in tutto il mondo. Secondo gli analisti, questa tendenza continuerà per molti anni perché l’eolico resterà in prima linea tra le fonti rinnovabili da cui è possibile ottenere energia in modo sicuro e sostenibile.

C’è un però. La vita utile media delle turbine eoliche è di circa 20 anni, dopodiché iniziano a conoscere un decadimento delle loro caratteristiche meccaniche e strutturali: dopo una serie di interventi mirati a prolungarne la durata, finiscono per essere smantellate.

CHE FARE DELLE PALE? A questo punto si pone il problema: cosa fare dei componenti? Il quesito riguarda soprattutto quelli le parti più difficili da riutilizzare, ovvero le pale delle turbine. Si tratta di oggetti contenenti principalmente materiali compositi (fibre di carbonio o di vetro e una matrice epossidica.) più altri “minori” (per esempio colla e gelcoat), il che rende questo compito particolarmente impegnativo.

Alla possibile soluzione di questo problema, Enel ha dedicato una delle sue Challenge, ovvero sfide importanti per il futuro, ispirate in parte dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 dell’ONU, che sono state lanciate su openinnovability.com: si tratta della piattaforma di Enel dedicata all’innovazione e alla sostenibilità con l’obiettivo di fare da punto di riferimento per possibili partner esterni (startup, ricercatori universitari, innovatori indipendenti e imprese), ma anche per personale interno, che intendano proporre progetti innovativi.

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‘Nel Mar Piccolo rifiuti di ogni genere’

Sopralluogo a Taranto Commissione bicamerale inchiesta

Nei fondali del mar Piccolo di Taranto c’è di tutto. Dalle carcasse di auto a rifiuti di ogni genere e materiale di scarico. E’ quanto emerso questa mattina nel corso del sopralluogo della Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e i reati ambientali in visita ieri e oggi a Taranto. Sono stati visionati filmati realizzati dalla Marina Militare. L’attività condotta nel Mar Piccolo da squadre formate da 6 a 11 operatori del GOS (Gruppo Operativo Subacquei) di Comsubin (Comando Subacquei e Incursori) si è basata anche sui precedenti rilievi effettuati da un team congiunto composto da ricercatori, strumenti e mezzi messi a disposizione dall’Università di Bari, dal CNR e dall’Istituto Idrografico della Marina. Per i rilievi sono stati impiegati un side scan sonar, che permette di avere una rappresentazione tridimensionale del fondale marino, un magnetometro, per la misura del campo magnetico prodotto dai materiali ferrosi sul fondo e un sub bottom profiler, impiegato per visualizzare le strutture dei sedimenti sul fondo del mare.

Ad accompagnare i rappresentanti della Commissione presieduta da Alessandro Bratti, a cui sono state mostrate le immagini dei fondali, c’erano il Commissario straordinario per le bonifiche Vera Corbelli e il presidente del Polo Tecnologico Scientifico ‘Magna Grecia’, Angelo Tursi, che hanno spiegato le tecniche di indagine e le ipotesi di bonifica allo studio. La Commissione si è poi spostata nell’area dell’ex deposito Cemerad di Statte, dove sono stoccati 13mila fusti di rifiuti speciali e 3.500 ancora radioattivi. Ieri i parlamentari sono stati impegnati in Prefettura per una serie di audizioni.
L’associazione Legambiente ha consegnato un dossier sul mar Piccolo

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