Mese: Febbraio 2016

L’ascensore in condominio non può ‘saltare le fermate’

Tar Lazio: l’accessibilità deve essere garantita a tutti i piani dello stabile

L’installazione di un ascensore in condominio deve comportare un vantaggio in termini di accessibilità per tutti i condòmini. In caso contrario le autorizzazioni possono essere revocate.

Con la sentenza 11423/2016, il Tar Lazio ha spiegato che l’ascensore deve servire tutti i piani dell’edificio condominiale e non può “saltare alcune fermate”.

Nel caso preso in esame, un condominio, interessato ad eliminare le barriere architettoniche, aveva presentato la Segnalazione certificata di inizio attività (Scia) al Comune e aveva iniziato i lavori. Un condòmino, però, aveva impugnato la Scia perché non prevedeva una fermata al suo piano.

I giudici hanno dato ragione al condòmino ricordando che, in base al Testo unico dell’edilizia (Dpr 380/2001), un intervento di rimozione delle barriere architettoniche deve rispondere al criterio di accessibilità, cioè deve consentire, anche alle persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l’edificio e le sue singole unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di fruirne spazi e attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia.

A detta del Tribunale amministrativo, un ascensore che non si ferma a tutti i piani non rispetta il criterio dell’accessibilità. Il progetto non può quindi essere approvato.

Oltre a questo aspetto, il Tar ha evidenziato che l’installazione dell’ascensore non deve ridurre l’accessibilità degli appartamenti agli spazi comuni. Il progetto approvato dal Comune prevedeva la riduzione delle sezioni della rampa di scale. Un altro aspetto che è stato bocciato dai giudici.

Il Tar ha quindi invitato il condominio alla presentazione di un nuovo progetto che tenesse in considerazione i criteri di accessibilità per tutti i condòmini e il rispetto delle zone comuni.

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‘Reintrodurre le tariffe minime’: la proposta arriva da FNAILP

Le altre richieste della Federazione architetti e ingegneri: Iva agevolata sui progetti di ristrutturazione, deresponsabilizzazione dei professionisti e formazione facoltativa

Ripristinare le tariffe minime, introdurre l’Iva agevolata sulle prestazioni professionali connesse alla riqualificazione del patrimonio edilizio e deresponsabilizzare i professionisti tecnici, che spesso sono vittime dell’incertezza normativa. Sono alcune delle proposte lanciate dalla Federazione nazionale architetti e ingegneri liberi professionisti (FNAILP).

La Federazione ha commentato il Jobs Act Autonomi, chiedendo che sia integrato con norme che sappiano cogliere meglio nel segno le necessità dei professionisti. Si va dalla riduzione degli interventi di edilizia libera, al cambiamento delle regole sui corsi di aggiornamento professionale.

Tariffe professionali minime
Secondo FNAILP, dato che l’Europa non ha mai imposto l’abrogazione delle tariffe minime professionali, andrebbero ripristinate le tariffe minime o comunque introdotte delle soglie di anomalia tali da garantire la sicurezza, l’incolumità e gli interessi generali, pubblici e collettivi.

FNAILP ritiene che in questo modo la concorrenza si baserebbe sulla meritocrazia e non solo sulle leggi di mercato, si eviterebbero i rischi derivanti da prestazioni svolte con eccesso di ribasso e verrebbe garantita una maggiore qualità. La presenza delle tariffe minime eliminerebbe inoltre il rischio di evasione fiscale, superando gli studi di settore.
Iva agevolata
Per dare impulso al contributo dei tecnici nei lavori di ristrutturazione FNAILP propone di applicare anche alle prestazioni professionali associate agli interventi edilizi di riqualificazione degli immobili l’Iva agevolata al 10% (o al 4% se si interviene sulla prima casa) invece che al 22%.

Riduzione delle attività di edilizia libera
Per garantire la qualità e la sicurezza, secondo FNAILP i professionisti dovrebbero sovraintendere a quasi tutti gli interventi interni ed esterni agli immobili. Verrebbero quindi ridotte drasticamente le attività di edilizia libera, che si limiterebbero a tinteggiatura interna, riparazione di impianti elettrici senza alterarne il progetto iniziale, riparazione interna di parte degli intonaci, riparazione e sostituzione degli igienici senza demolizione del massetto e del pavimento e rifacimento della tubazione, riparazione e manutenzione dei condizionatori, delle caldaie, degli impianti fotovoltaici e termici, sostituzione di porte interne, riparazione di piccole finiture interne che non alterino la trasmittanza delle pareti perimetrali, l’abbattimento acustico, i coefficienti di traspirazione della muratura e la curva della condensa superficiale ed interstiziale della parete, riparazione e realizzazione di mobilio in legno, alluminio, acciaio, sempre che il suo peso resti nell’ambito dei carichi, puntuali o distribuiti, conformi alla normativa.

Il professionista, quindi, dovrebbe occuparsi di qualunque intervento di manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione e nuova costruzione che comporti la modifica dei carichi, la presenza di vibrazioni, lo smaltimento rifiuti, la modifica catastale dei vani, la sostituzione di pavimentazione interne, l’abbattimento di pareti interne, l’apertura di porte, il cambio e le riparazioni o sostituzioni delle finiture che abbiano interesse termico, acustico e strutturale, la sostituzione egli impianti idrici, elettrici o di scarico di gas, la riparazione di parti strutturali o termiche del tetto. Per questi lavori, aggiunge FNAILP, dovrebbe essere necessaria la comunicazione inizio lavori asseverati (CILA), la segnalazione certificata inizio attività (SCIA) o il permesso di costruire.

Deresponsabilizzazione dei professionisti
I professionisti tecnici, sottolinea FNAILP, si confrontano sempre con norme poco chiare e spesso contrastanti tra di loro. Tranne che nei casi di negligenza o colpa grave, non dovrebbero essere imputati ai professionisti gli errori commessi per l’imperizia delle imprese o dei singoli lavoratori se, nonostante l’idonea presenza in cantiere e la frequenza dei corsi di aggiornamento i risultati non siano conformi alle aspettative dei committenti.

A eccezione delle attività per la costruzione degli elementi strutturali e che richiedono il rispetto della normativa termica, acustica, urbanistica ed edilizia, secondo FNAILP tutte le lavorazioni che richiedono la presenza in cantiere dovrebbero essere di responsabilità esclusiva del prestatore di opera manuale.

Corsi di aggiornamento professionale
Commentando la totale deducibilità dei costi dei corsi di formazione, introdotta con lo Statuto dei lavoratori autonomi, FNAILP osserva che la norma creerà l’alibi per rendere tutti i corsi a pagamento. I corsi dovrebbero quindi diventare facoltativi e “fare curriculum” per la partecipazione ad eventuali concorsi.

Pagamenti
Per quanto riguarda i ritardi nei pagamenti, viene considerata inappropriata la stipula di un’assicurazione, il cui costo va ad aggiungersi a quello per il rischio professionale. Sarebbe invece logico, obietta FNAILP, che il cliente stipulasse una fideiussione in modo da garantire il pagamento al professionista. Un’altra soluzione, propone FNAILP, sarebbe quella di non rendere collaudabili i lavori non pagati.

Conflitto di interessi tra professionisti e imprese
Qualunque norma a tutela del lavoro autonomo e delle attività professionali dovrebbe chiarire, conclude FNAILP, la netta separazione tra professionista, col ruolo di controllore, e impresa, che è il soggetto controllato. Si dovrebbe evitare, in altre parole, il “paradosso che il direttore dei lavori sia controllore del suo datore di lavoro, cioè l’impresa, o addirittura di se stesso, quando costruttore e professionista coincidono”.

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Il “superossido” stabile apre le porte alle batterie litio-aria

Scoperto il modo per rendere chiuso il sistema delle batterie litio-aria. Diverrebbero così capaci di offrire quindici volte la densità energetica degli ioni di litio

Con una densità energetica simile a quella della benzina, le batterie litio-aria promettono di essere una panacea per i problemi di autonomia delle auto elettriche. Ma prima di potare questa tecnologia sul mercato ci sono ancora diversi nodi tecnici da risolvere. Uno di questi è l’accumulo di perossido di litio sugli elettrodi, un precipitato solido, sottoprodotto della reazione chimica, che intasa i pori dell’elettrodo. La conseguenza? La batteria diminuisce rapidamente le sue prestazioni.

Oggi tuttavia, gli scienziati dell’Argonne National Laboratory del DOE sono convinti di aver trovato un modo per superare il problema. I ricercatori Jun Lu, Larry Curtiss and Khalil Amine hanno scoperto come far produrre un superossido stabile di litio cristallizzato (LiO2) invece di semplice perossido di litio durante la fase di scarica della batteria. La differenza tra i due composti consiste nel fatto che il superossido stabile può facilmente dissociarsi in litio e ossigeno, mantenendo dunque alta l’efficienza e il ciclo di vita della batteria litio-aria. “Questa scoperta apre la strada per un nuovo e potenziale sviluppo di questo tipo di batteria”, ha commentato Curtiss. “Anche se è necessaria molta più ricerca, il ciclo di vita della batteria è quello che stavamo cercando”.

Il principale vantaggio di una batteria basata su superossido di litio è che permette, almeno in teoria, di realizzare una batteria al litio-aria a “sistema chiuso”. I sistemi aperti richiedono l’apporto costante di ossigeno supplementare dall’ambiente, mentre quelli chiusi non ne hanno bisogno, il che li rende più sicuri e più efficienti. La stabilizzazione della fase superossido potrebbe portare allo sviluppo di dispositivi di storage chiusi a base di superossido, in grado di offrire cinque volte la densità energetica degli ioni di litio. Il lavoro è stato finanziato dall’Ufficio di Efficienza energetica ed energie rinnovabili del DOE e pubblicato sul numero 11 della rivista scientifica Nature.

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